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domenica 11 febbraio 2018

L'11 settembre ha segnato anche il destino di Lucy e Gabe: Il giorno che aspettiamo

"Ci sono alcuni momenti della mia vita che ricordo con assoluta chiarezza, come se avessi il potere di tornare indietro nel tempo e riviverli parola per parola, e poi ci sono periodi - giorni, settimane - che sembrano impossibili da distinguere l'uno dall'altro."

Il giorno che aspettiamo
Jill Santopolo
Nord


Sono certa che chiunque ricordi con precisione cosa stesse facendo o dove si trovasse l'11 settembre 2001 quando è stato raggiunto dalla notizia di quello che stava accadendo a New York.
La data ha un significato ancora più importante per Lucy che quel giorno l'ha trascorso con Gabriel (Gabe), un compagno di corso dell'università. Un vortice di emozioni sfociato in un bacio tra i due, su una terrazza del campus da dove si vedevano con chiarezza le colonne di fumo che si levavano nella zona di Manhattan. La stessa sera Gabe aveva chiamato Lucy per scusarsi per quello che c'era stato tra loro e per informarla che si era rimesso con la ex fidanzata.
Le poche ore passate insieme sono bastate a imprimersi in modo indelebile nei ricordi di Lucy al punto che ogni volta che rivedeva Gabe le veniva la pelle d'oca. Un anno dopo la laurea, durante i festeggiamenti per il suo ventitresimo compleanno Lucy incontra casualmente in un locale Gabriel e finiscono la serata a letto, a casa di lui. Il ragazzo le parla della volontà di lasciare il lavoro per fare "qualcosa che conti", ma Lucy, stanca e un pò brilla, non presta troppa attenzione a quelle parole. I due iniziano una relazione fatta di una forte attrazione fisica e dopo pochi mesi si trovano a vivere sotto lo stesso tetto. Gabe nel frattempo ha lasciato il lavoro per seguire un corso di fotografia con risultati concreti e mentre le sue doti iniziano ad emergere nell'ambiente, si fa sempre più spazio in lui la voglia di lasciare il Paese. Lucy, che aveva volutamente ignorato quel desiderio, è colpita da un fulmine a ciel sereno quando Gabe la informa di aver accettato l'offerta de L'Associated Press di andare in Iraq per un reportage sulla guerra.
Devastata dal dolore per la partenza di Gabe e la conseguente fine della loro relazione, i famigliari e le amiche di Lucy hanno fatto di tutto per sostenerla. Il dolore era così forte che sembrava impossibile potesse passare fino a quando, un week-end di fine estate, ha incontrato Darren, l'uomo che ha scelto come marito e padre dei suoi figli. Nella vita della loro famiglia, ma soprattutto nei sogni e nei ricordi di Lucy è sempre più o meno forte il ricordo di Gabe, che a volte si concretizza con e-mail, altre con telefonate o addirittura di persona quando torna a New York per le vacanze.

Il romanzo, narrato in prima persona da Lucy, è indirizzato a Gabriel. Ripercorre le tappe delle loro vite dal giorno del loro primo incontro, sui banchi dell'università. Un libro di rimpianti, in cui molti lettori non potranno fare a meno di ripensare al loro primo amore e di chiedersi come sarebbe stata la vita se al bivio avessero scelto l'altra strada.
I capitoli brevissimi, la descrizione minuziosa delle scene di sesso e la figura di Gabriel che appare e scompare in continuazione nella vita di Lucy mi hanno infastidita al punto di voler abbandonare la lettura dopo le prime pagine. Sforzandomi di dargli un'altra possibilità ho proseguito e la semplicità della storia, unita a quella della scrittura mi hanno permesso di terminare il libro in una giornata. Il romanzo si chiude troppo velocemente lasciando molte domande senza risposta. Non è certo un romanzo di quelli indimenticabili, ma una lettura che tiene compagnia e che si colloca nella storia attuale. Un plauso all'attenzione prestata dall'autrice nell'inserimento strategico di citazioni letterarie.

sabato 9 dicembre 2017

La lentezza e la delicatezza dei romanzi giapponesi: La cartella del professore

Ogni volta che termino un romanzo giapponese mi dico che sarà l'ultimo, ma immancabilmente dopo poco ne trovo uno nuovo sulla mia strada

La cartella del professore
Kawakami Hiromi
Einaudi

giappone, amore, rispetto, professore, cibo giapponese


Il romanzo è la storia d'amore tra Tsukiko, impiegata trentasettenne, e Matsumoto Harutsuna, il suo professore di giapponese del liceo, oggi settantenne e vedovo. I due si ritrovano casualmente, dopo oltre vent'anni, seduti uno a fianco all'altra al bancone di una nomi-ya, piccolo locale della tradizione giapponese dove si beve, ma in alcuni casi è anche possibile mangiare qualcosa. Da quella sera i loro incontri si fanno sempre più frequenti, anche se quasi sempre del tutto casuali.

E' incredibile come i romanzi giapponesi dedichino righe su righe a particolari poco rilevanti per la storia e al contrario non appronfodiscano il carattere e gli aspetti dei personaggi. Kawakami Hiromi dedica ad esempio un paio di pagine alle teiere da treno, ricordi di viaggio del professore, ma della vita di Tsukiko sappiamo poco.
La storia è ambientata principalmente nella nomi-ya di Satoru e la casa del professore, dove il cibo giapponese, la birra, il sake e il tè non mancano mai. E' la donna a raccontare in prima persona questa storia, così lontana dalle storie d'amore a cui siamo abituati.
Una storia che ruota intorno al cibo, appannata dai fumi dell'alcol e scandita dal tempo che inesorabilmente scorre senza che tra i due ci sia qualche vero e proprio colpo di scena. Trascorrono oltre due anni prima che il professore, con modi impacciati e lunghi giri di parole, chieda a Tsukiko se abbia voglia di frequentarlo "con l'intenzione di stringere una relazione amorosa".

L'immagine del profesore è quella di vecchietto elegante, che non si separa mai dalla sua cartella nera. La troviamo con lui al "mercato che si tiene nei giorni che terminano per otto", a cena da Satoru, nel bosco alla ricerca di funghi e durante il loro primo viaggio insieme, su di un'isola.
La cartella compare più volte nel romanzo, ma è una presenza quasi sileziosa, mai ingombrante che contribuisce a maturare via via curiosità nei confronti del suo contenuto, che sarà svelato solo alla fine.
La differenza generazionale tra Tsukiko e il Prof emerge spesso. Diverse sono le occasioni in cui l'uomo la rimprovera per i suoi modi poco aggraziati o sottolinea la sua scarsa conoscenza della letteratura giapponese. Tra i due non viene però mai meno il rispetto, si rivolgono uno all'altra dandosi del lei.

La delicatezza della copertina, dal colore rosa antico dei fiori di ciliegio, è perfettamente in linea con il senso di pacatezza e compostezza dei giapponesi.

La prima lettura mi ha lasciata con l'amaro in bocca, la sua lentezza non mi ha permesso di assaporare a pieno i contenuti, a distanza di qualche settimana l'ho ricominciato e sono riuscita a cogliere le sue sfumature.

sabato 25 novembre 2017

Passeggiando nel Parco dei Colli di Bergamo tra foliage e degustazione di prodotti locali

Metti una fredda mattinata di novembre dal cielo terso, i colli a pochi chilometri da casa dai colori rossastri, il responsabile del Parco dei Colli, accompagnato da alcuni volontari, come guida, un gruppo di persone desiderose di conoscere il territorio e piccoli imprenditori locali che aprono le porte delle loro aziende.

Il risultato è un giro ad anello in mezzo ai boschi, in un tripudio di colori, attraverso caratteristici borghi dove è evidente l'amore degli abitanti per la propria terra e dove è possibile degustare prodotti a chilometro zero.


Il giro ha inizio dal santuario di Rosciano, a poca distanza da Bergamo, dove una vecchia strada mulattiera, che si snoda attraverso i boschi, sale fino al colle della Maresana. Bastano poco più di 500 metri di altezza per godere di una straordinaria vista sulla città e la bassa bergamasca, ma è sicuramente il profilo di Città Alta ad attirare l'attenzione.


Il colle è scelto spesso come base di partenza, per escursioni verso vette più alte, ma anche come meta per il pic nic domenicale tra i suoi verdi prati.

La chiesetta con portico trasmette subito l'idea della tranquillità del luogo.


Un cartello invita a raggiungere "Cà della matta". Il curioso nome identifica la casa in cui sembra abitasse una signora dai modi strani, per questo soprannominata "la matta". Oggi è uno dei luoghi simbolo dell'area protetta dei Parco dei Colli, adibita a centro educativo, per la formazione dei bambini, ma anche di promozione di eventi legati al territorio nonchè ostello. La casa è spesso meta di gite scolastiche e di escursioni dei centri ricreativi estivi, qui i bambini svolgono una serie di laboratori e imparano, tra le altre cose, a costruire una casetta per gli uccelli, a riconoscere la vegetazione e gli animali che ci vivono, ma soprattutto imparano a rispettare la natura.





Lasciata alle spalle la Maresana, si rientra nel bosco. Un sentiero pressochè pianeggiante, completamente ricoperto dalle foglie, taglia trasversalmente il colle. Il terreno smosso in più punti è l'evidente passaggio di un abitante di queste quote, ghiotto di radici e bulbi: il cinghiale.
La guida spiega l'importanza di tenere pulito i boschi, non solo dall'immondizia, ma anche con un attento taglio degli alberi per permettere alla natura di crescere in modo più ordinato e rigoglioso.



In località Val del Fich, così chiamata per via della pianta di fico che cresce spontanea in questa zona, le narici vengono invase dal tipico odore di capra. E' il segnale che siamo giunti all'azienda agricola di Federica Cornolti. Fin dall'ingresso si percepiscono la cura e l'attenzione di questa giovane donna.



Ma è quando apre le porte della stalla, che ospita le sue trenta capre, che si rimane incanti dall'amore di Federica per questi animali e per il suo lavoro. Ce ne parla con il sorriso sulle labbra e le si illuminano gli occhi mentre le chiama una ad una con il proprio nome, raccontandoci qualche loro curiosità.




Nel salone dove si svolgono le attività didattiche troviamo ad attenderci una degustazione dei formaggi di capra qui prodotti, dalla freschissima ricotta ad un formaggio più stagionato, accompagnati da confetture e gelatine prodotte con frutta coltivata o che cresce spontanea nei prati circostanti, dai gusti insoliti tra cui la rosa canina e il tarassaco


Ampie vetrate ed una terrazza in legno permettono di allungare lo sguardo su tutta la vallata.
Saremmo rimasti ancora ad ascoltare l'entusiasmo e le storie di Federica, delle le sue capre e di D'Artagnan, il re di questo ovile, ma un altro produrre ci attende.



Scendiamo verso Ponteranica Alta per poi prendere la strada in direzione della località Castello. In cima la salita un cancello aperto ci invita ad entrare nella tenuta del Sig. Giavazzi. Una lunga strada sterrata, fiancheggiata dalle viti spoglie dopo la vendemmia, alberi di cachi carichi di frutti maturi e una straordinaria vista sulla parte occidentale della provincia, ci accompagna fino alla soglia dell'agriturismo e della casa del Sig. Amleto.


Con fare timido, quasi emozionato, ci racconta la sua passione per la viticolura, dall'estirpazione delle coltivazioni precedenti, l'analisi del terreno, la scelta dei nuovi vitigni, passando per il primo raccolto, fatto dopo tre anni, fino ad arrivare alla produzione vinicola e ai suoi metodi.



In cantina siamo avvolti dall'odore del mosto, qui numerose bottiglie di vini e spumanti sono disposte ordinatamente. Lo sguardo si sofferma sull'etichetta che avvolge le bottiglie di Cabernet Sauvignon, attratto dalla riproduzione dello straordinario angelo dipinto da Lorenzo Lotto per il polittico conservato nella chiesa di Ponteranica Alta. Mi viene spontaneo chiedere il motivo di questa scelta e il Sig. Giavazzi è pronto a raccontarci una storia curiosa, che lascerà tutti piacevolmente stupiti. Lorenzo Lotto dipinse l'angelo, che avrebbe poi fatto parte del polittico, in una cantina di proprietà della famiglia di Amleto, a poche centinaia di metri di distanza dall'attuale.



In taverna ci attende la compagna del Sig. Amleto con un ricco aperitivo a base di salumi di loro produzione, innaffiato da ottimo vino, servito su un tavolo in legno di rovere, un unico pezzo di ben quattro metri di lunghezza proveniente dai loro boschi.

 



Rifocillati, ed un po' ebbri, ci incamminiamo verso il punto di partenza.
Oltre ad aver riempito gli occhi dei colori dell'autunno, le narici dei profumi della terra e aver degustato i suoi frutti, abbiamo toccato con mano cosa significa vivere in simbiosi con la propria terra e mettere il cuore e l'anima nella propria attività.

domenica 5 novembre 2017

Racconti veloci per ingannare un'atttesa: Torneranno le quattro stagioni

Il libro è il diversivo che preferisco per ingannare le attese.
In aeroporto, di ritorno dalle vacanze, ne ho iniziato uno all'apparenza poco impegnativo, fatto di racconti

Torneranno le quattro stagioni
Mauro Corona
Mondadori

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In volo sopra il mar Egeo, attraversando la Grecia e risalendo il mar Adriatico ho assaporato racconti ambientati in montagna, annusato gli odori del bosco nelle diverse stagioni, sentito il rumore degli attrezzi che picchiano sul legno per tagliarlo o per dargli nuove forme, il crepitio delle foglie autunnali, la sensazione di freddo della prima neve, il risveglio della natura in primavera.

Poche pagine, scritte a caratteri grandi e intervallate da disegni. L'alternarsi delle stagioni viene raccontato sotto forma di favole, con un linguaggio semplice. Tutto porterebbe a classificarlo come un libro per bambini, ma basta leggere le prime righe per accorgersi che, per i temi toccati, anche i grandi dovrebbero dedicargli un paio d'ore. La violenza in famiglia, l'importanza del saper gustare a piccole dosi la libertà, il dolore della malattia, in particolare quella che colpisce in tenera età, la perdita di valori, l'importanza della caparbietà per raggiungere i propri sogni.

Basta poco tempo per leggerlo, ma ne serve molto per approfondire i numerosi spunti di riflessione che suscita.

sabato 21 ottobre 2017

Una lettera nascosta a lungo racconta di una donna misteriosa: La ragazza delle arance

Le cantine, si sa, sono luoghi che straripano di oggetti inutilizzati, ma così ricchi di ricordi che separarsene è impensabile. Quella della casa di Georg Roed conserva ancora il passeggino rosso con cui i genitori lo portavano a spasso da piccolo, la cui fodera ha protetto per tutti questi anni una lettera che parla di una donna misteriosa

La ragazza delle arance
Jostein Gaarder
Longanesi & C.

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George è un ragazzo norvegese di 15 anni, vive con la madre, il suo nuovo marito e la loro figlioletta di 6 mesi. Il padre è morto quando aveva solo quattro anni e del poco tempo che hanno potuto trascorrere insieme ricorda solo brevi spezzoni. Il padre consapevole del rapido progredire della sua malattia, vorrebbe raccontare tante cose al figlioletto, come la storia del nuovo telescopio spaziale o quella di un'affascinante ragazza, con un grosso sacchetto di carta pieno di arance, incontrata su di un tram. Ma Georg è troppo piccolo per capire tutte queste cose, pensa quindi di scrivere tutto in una lettera che nasconderà in un posto dove potrà essere trovata solo molti anni dopo.
Il romanzo è un racconto a quattro mani, quelle di Georg che dopo le presentazioni iniziali parla dell'importante ritrovamento per poi lasciare spazio alla voce del padre attraverso la lettura della lettera, interrompendola di tanto in tanto con un suo commento.

L'inizio del romanzo è coinvolgente, c'è curiosità nei confronti di questa donna misteriosa, la voglia di sapere se Jan avrà modo di incontrarla nuovamente.
Nella lettera l'uomo invita al figlio a riflettere sulla vita e l'esistenza umana.
Questi aspetti, a tratti commoventi, vengono eclissati dalle continue ripetizioni che allungano inutilmente la lettura rendendola lenta e a tratti noiosa.

sabato 29 luglio 2017

Prima lettura dell'estate 2017: La vita segreta delle api

Temperature torride, occhiali da sole, protezione solare e l'immancabile libro nella borsa. I miei preferiti dell'estate sono da sempre l'abbronzatura e le letture da spiaggia, quelle non troppo lunghe, ma capaci di tenermi incollata alle pagine.

Per rimediare ad una primavera povera di letture, sono già pronta con la prima recensione dell'estate (il fatto che poi il post resti dimenticato nelle bozze per oltre un mese è un'altra storia)

La vita segreta delle api
Sue Monk Kidd
Mondadori

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Ogni alveare ha bisogno della sua ape regina per sopravvivere così come ogni bambino ha bisogno di una famiglia che lo ami. Lo sa bene Lily che ha trascorso gli ultimi dieci anni della sua vita, quelli che la separano dalla morte della madre, con quello che per l'anagrafe è suo padre, T-Ray, ma che da tempo ha smesso di chiamare "papà". Un uomo burbero e irascibile che rivolge le sue attenzioni esclusivamente al lavoro, la coltivazione delle pesche, e alla cagnolina Snout e che non perde occasione di punire la figlia facendola inginocchiare a lungo sui chicchi d'avena. Lily è un'adolescente di quattordici anni cresciuta con l'aiuto di Rosaleen, una donna di colore che lavorava come raccoglitrice nel pescheto di T-Ray. Non può andare alle feste di compleanno delle compagne di scuola e nessuno le ha mai comprato dei vestiti alla moda, o comunque adatti alla sua età, o le ha mai insegnato qualche trucco per essere carina. Dall'età di quattro anni vive con l'angoscia di aver causato la morte della madre, un incidente poco chiaro avvenuto durante un litigio tra i genitori. Non può parlare con T-Ray di quello che è successo in quel terribile pomeriggio di dicembre del 1954, nè tantomeno chiedergli di raccontarle qualche episodio della vita della madre perchè il solo sentire pronunciare il nome della moglie lo manda su tutte le furie.
Lily è sempre alla ricerca di un segno della madre che le permetta di sentire la sua presenza.
All'alba dei suoi quattordici anni uno sciame d'api le invade, apparentemente senza motivo, la camera in piena notte, per sparire quando la ragazza costringe il padre a raggiungere la stanza per vederlo.
Tra i pochi ricordi della madre che Lily conserva, di nascosto da T-Ray, ce n'è uno molto singolare: un quadretto di Maria, rappresentata con la pelle scura, con una scritta sul retro "Tiburon, Carolina del sud".
Il giorno del suo quattordicesimo compleanno Lily ottiene dal padre il permesso di accompagnare Rosaleen in città. In seguito alla firma del Presidente degli Stati Uniti dell'Atto sui Diritti Civili la donna è intenzionata ad andare ad iscriversi alle liste elettorali. L'odio dei bianchi verso i neri è tale che ogni occasione è buona per provocarli, come hanno modo di provare sulla loro pelle le due donne. Rosaleen non esita a rispondere alla provocazione scatenata da un gruppo di uomini bianchi incorciati lungo la strada, ne nasce una colluttazione che spalanca le porte del carcere per la donna e l'ennesimo scatto d'ira di T-Ray nei confronti della figlia. Lily trova finalmente la forza di scappare da quella casa e, una volta liberata Rosaleen, si avvia con lei verso la località riportata sull'immaginetta della Madonna.
All'interno di un supermercato la ragazza ritrova la stessa illustrazione sull'etichetta di alcuni vasi di miele, incuriosita chiede informazioni al gestore, grazie alle quali con Rosaleen raggiunge una casa dal colore rosa, dove vivono tre eccentriche signore di colore, dai nomi dei mesi dell'anno, dedite alla produzione del miele. Accolte amorevolmente soprattutto da August, la più grande delle tre, iniziano qui la loro nuova vita. Ricevono vitto e alloggio in cambio del loro lavoro: Lily viene introdotta al magico mondo delle api e dell'apicoltura, Rosaleen si impegna invece nella gestione della casa.

Lily riuscirà a mettere una pietra sul suo passato?


Ogni capitolo del romanzo si apre con una citazione tratta da libri che parlano di api e apicoltura, poche righe che bastano a  sottolineare l'importanza per l'ecosistema di questo, all'apparenza semplice, insetto.
Nel romanzo si sussegguono personaggi curiosi, dalle svariate personalità. E' facile provare simpatia per le tre sorelle e sognare di trascorrere qualche settimana con loro nella casa rosa, per scoprire l'importante lavoro che si nasconde dietro ad un vasetto di miele.

Una storia che incuriosisce il lettore fin dalle prime pagine, ricca di emozioni e di spunti di riflessione.

lunedì 27 marzo 2017

ll dramma dei viaggi della speranza: Il mare nasconde le stelle

Ma quando finisce il mare?
Ho temuto che non avesse confini perché in tutte le direzioni in cui guardavo vedevo solo una distesa di azzurro matrigna, che nascondeva qualcosa. Non c'era differenza tra il cielo e l'acqua sotto i miei piedi. Tutto era uguale. Lo è stato per centosettanta ore in cui si alternavano solo buio e giorni vuoti. Che però non erano tutti uguali. Perché la paura non è mai la stessa.

Con queste frasi ha inizio

Il mare nasconde le stelle
Francesca Barra
Garzanti

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Cristina Barra dà voce a Remon, quattordicenne egiziano che ha trovato il coraggio di abbandonare la propria terra, per fuggire dalle persecuzioni che era costretto a subire per via della sua fede cristiana.
La prima volta che aveva visto il mare era stato durante una piacevole vacanza trascorsa ad Alessandria con la famiglia, ma non aveva immaginato che potesse nascondere dei pericoli.

Il mare appare diverso visto dalla barca,
"sembra pieno di sofferenza, tristezza e dolore. Abbandono."

 Non aveva idea di quanto fosse ampia la distesa di acqua salata che lo separava dall'Italia e da Milano, ma voleva inseguire i suoi sogni: quello di essere libero di professare la propria fede e quello di poter studiare per diventare ingegnere.
Non poteva immaginare quanto sarebbe stato doloroso consumare l'ultima cena con la propria famiglia fingendo che fosse un pasto come tutti gli altri; raccogliere una manciata di cose con l'aiuto del fratello, l'unica persona a cui aveva potuto confidare il proprio piano e richiudersi alle spalle la porta di casa nel cuore della notte, senza fare rumore per non svegliare i genitori che si sarebbero opposti alla sua partenza.

La parola "viaggio" la associo all'addio dal giorno in cui ho preso quella barca che mi ha portato in Italia. Questa parola non mi fa stare tranquillo. Dietro di essa oggi si nascondono tanti significati, molti negativi per me.

Lo chiamano "il viaggio della disperazione" e le pagine che narrano prima l'attesa di imbarcarsi, e poi la navigazione verso l'Italia di Remon, ci trasmettono la paura di saltare da una barca all'altra, le urla di terrore e le lacrime che scorrono soprattutto sul viso di donne e bambini, gli ordini e le imprecazioni degli scafisti, la fame e la sete che tolgono le forze, i litigi che per via del nervosismo si scatenano anche per futili motivi, l'angoscia di non sapere quanto ancora sarebbe durato quello strazio.

Dopo sette interminabili giorni la barca raggiunge le coste siciliane e subito giungono in aiuto i soccorsi. Dopo le registrazioni e le visite mediche i migranti vengono accompagnati ai centri di accoglienza. Ha inizio per Remon una nuova vita, in un Paese sconosciuto, fatta di numerosi ostacoli da superare per realizzare i suoi sogni e senza dimenticare nemmeno per un minuto la sua famiglia egiziana.

Il viaggio per mare è intervallato da parti dedicate ai ricordi della sua vita passata, alla descrizione della sua famiglia e alle discriminazioni subite per via della religione, per lasciare spazio infine alla descrizione dei giorni trascorsi nel centro di accoglienza e poi ai tentativi fatti dagli assistenti sociali di trovare una nuova famigli alla quale poter essere affidato.

L'autrice permette di raccontare a Remon la sua storia, simile a quella di tanti uomini, donne e bambini che ogni giorno sbarcano sulle coste meridionali della nostra penisola. Le frasi sono brevi e composte da parole semplici, quelle di un ragazzo che ha da poco imparato una nuova lingua, ma che cerca di trasmetterci tutte le sue emozioni. Il titolo incuriosisce, ma al tempo stesso lascia intendere che quello che viene affrontato è un argomento triste ed è supportato da una copertina delicata e malinconica.